martedì 27 giugno 2006

In una giornata calda come questa, in cui respirare è unopzional e dormire la notte è qualcosa di desiderabile ma difficilmente ottenibile, cosa mi doveva venire alla memoria?


Chissà cosa è stato, perchè proprio non lo so, ma nella pausa pranzo, come sempre in questi giorni, cerco di sdraiarmi, un secondo nel letto, con il ventilatore attaccato, provando a rilassarmi un secondo per poter affrontare il pomeriggio lavorativo e...


Allimprovviso un lampo di memoria mi riporta a due persone che facevano parte della mia infanzia e che non ci sono più. A cercare di ricostruire il processo logico, a dirla tutta, il primo flashback mi riporta in classe alle elementari, Suor A. che sta scrivendo alla lavagna e senza guardarsi alle spalle sgrida chi sta disturbando, chiacchierando o facendo qualcosa di non "lecito". Era impressionante: beccava sempre il bambino giusto. E noi stupiti "ma come fa?" e Suor A. "come, non lo sapete? io ho gli occhi anche dietro la testa". Quando poi la esasperavamo un po troppo arrivava anche lo scappellotto, la sgridata forte... la requisizione di qualche tesoro (scommetto che ha ancora il mio piccolo blocchetto di figurine di Candy Candy che mi requisì durante una lezione...).


Dalla lezione con Suor A. il salto è andato a Enrico: la mia prima esperienza con la morte. Enrico aveva 8 anni in unestate calda come questa e stava tornando a casa dalle vacanze con la mamma, il papà e il fratello più grande. In un incrocio tra Bologna e Ravenna, non so esattamente dove, qualcuno non rispettò una precedenza e il fratellone grande di Enrico, Andrea, fu lunico a salvarsi. Per tanto tempo mi sono immaginata con vivida precisione come devono essersi svolti i fatti: una precisione che una bambina di 8 anni, vissuta decisamente in un clima tranquillo, non so dove possa essersi procurata. Mi sono immaginata unauto che cozza contro laltra, lamiere, un letto di ospedale dove un ragazzo di 18-19 anni si sveglia e gli raccontano che lui è lunico sopravvissuto: i genitori e il fratellino non ci sono più e lui era quello che guidava... chissà che senso di colpa.


Di Enrico mi ricordo poco: uno sguardo un po da topino, un volto da ragazzino furbetto (di quelli che combinano maracchelle) nel grembiule a quadretti bianchi e azzurri e con il colletto bianco che portavano i maschietti nella mia scuola. Mi ricordo che era vivace e combina guai. Poco altro. Mi ricordo il giornale in cui si raccontava la tragedia, mi ricordo di averlo letto (e forse molta dellimmagine dellincidente che ho elaborato nella mia fantasia viene da lì). Mi ricordo che la mia mamma mi disse "il tuo compagno di scuola, Enrico B. è morto". Mi ricordo che a scuola se ne parlò con qualche pensierino appena tornati sui banchi...


Poi per associazione di idee mi è venuto alla memoria Manuel. Era il discolo più discolo della classe, il mio compagno di banco che passava tutto il tempo a disegnare Goldrake e Mazinga e una delle poche volte che fece i compiti fu grazie a me. Suor A. era esasperata dalla vivacità un bel po accentuata di Manuel, ma in fin dei conti riusciva sempre a tenerlo a freno quanto bastava per permetterle di svolgere le sue lezioni.


Ricordo che sui 9 anni rimasi spiazzata perchè mi disse di essere zio di un bambino di 6 anni... Per me era inconcepibile: io ero la sorella maggiore di due fratellini di 6 e 3 anni... come poteva un mio coetaneo essere "zio"???


Qualche anno fa, sul giornale, ho appreso che in un incidente di moto Manuel è morto. Cera la sua foto: un ragazzone iperpalestrato (faceva il buttafuori), abbronzatissimo, capello lungo e i suoi occhi azzurri, gli stessi che io conoscevo sui banchi di scuola, lo stesso sguardo limpido e il sorriso aperto e sincero.


Non leggo mai il giornale, ma quel giorno si, lo lessi... sembrava che dovessi sapere che lui non cera più. Quellanno furono diversi gli amici (più che altro conoscenti) che se ne andarono come Manuel per stupidi incidenti stradali causati da qualche deficiente distratto o bevuto.


Non so come mai io abbia pensato a loro oggi, nel pensare a loro mi è pure venuta alla memoria unimmagine stile "Gita Scolastica" di Pupi Avati (una signora si ricorda una gita scolastica fatta in gioventù sui colli bolognesi, il giorno più bello della sua vita, e se lo ricorda proprio quando sta per morire e raggiungere tutti i suoi compagni di scuola, già morti da molto tempo. un film molto vivo e pieno di emozione). E ho immaginato Enrico e Manuel, come li conoscevo io, bambini, che corrono in un luogo di luce.


Non sono una che pensa alla morte molto spesso, ma questanno si. Ci penso di più perchè una cara amica se ne è andata allimprovviso. E ancora non ho trovato le parole dentro di me che descrivano il senso di perdita che mi sento addosso...


E così oggi mi trovo a pensare in modo carino e pieno di tenerezza a due compagni di scuola che sono passati alla successiva fase della loro esistenza... chissà quando riuscirò davvero a pensare così serenamente alla mia amica? ma lei è stata qualcosa di più di un compagno di scuola... e quindi il senso di perdita è necessariamente più forte e difficile da interiorizzare...


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